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Run For The Whales Half Marathon – Sanremo

Run For The Whales: quando una mezza maratona chiude un cerchio di 40 anni

 

A volte ci sono scelte dettate più dalla rabbia mista a caparbietà che dalla razionalità.

Nel podismo ho sempre agito più d’istinto che di programmazione, ed è per questo che ho sempre avuto performance discutibili. All’inizio di maggio, per impegni, decido di non correre la Mezza Maratona dell’Elba, mettendomi subito alla ricerca di una gara che possa regalarmi emozioni. Consultando il calendario podistico, mi imbatto in una mezza maratona che si svolge a Sanremo la vigilia del solstizio d’estate: Run For The Whales (correre per le balene). Sanremo mi riaccende ricordi di gioventù, quando la frequentavo per altri interessi, in qualche modo però connessi alla corsa — ma questo lo scopriremo dopo.

Come da prassi non mi alleno: diciamo che me la prendo comoda, iniziando a interrompere la fase di camminate con qualche uscita podistica solo all’inizio di giugno. L’ultima mezza risaliva dicembre, a San Miniato; l’ultima gara competitiva a febbraio, a Vinci.

Mi iscrivo all’inizio dell’ultima settimana, scegliendo un hotel vicinissimo alla pista di atletica e al polo sportivo di Sanremo. Scelta azzeccata: dal terrazzo potevo vedere l’impianto, distante solo 400 metri.

Sabato mattina, vigilia del solstizio d’estate, 30°. La temperatura non è altissima — fa più caldo in Toscana — ma purtroppo c’è molta afa.

A metà pomeriggio ritiro il pacco gara, la canotta dell’evento è una taglia S/M; me ne accorgo solo in hotel, decido così di riportarla per il cambio con una XL. Purtroppo è rimasta solo la taglia L,  mi devo accontentare.

Ci sono tre gare:

Family Run, partenza alle 18

10 km, sulla pista ciclabile direzione ovest verso Ospedaletti inizio alle 19;

Mezza Maratona  sempre sulla pista ciclabile direzione est verso Arma di Taggia, partenza alle 19:05.

In tutto circa 2.500 partecipanti tra 10 km e mezza, più qualche centinaia per la Family Rue.

Fa molto caldo, bevo molto, e finalmente partiamo dalla pista di atletica, cerco di rimanere nelle ultime posizioni, sono consapevole che con questa preparazione non ho il ritmo per correrla tutta. Infatti tengo il passo solo fino al 5° km, poi alterno camminata svelta e corsa. L’obiettivo è semplice: non andare fuori tempo massimo (3h) e  non arrivare ultimo. Il sogno: terminare in 2h50′.

Il percorso è impossibile da sbagliare: 21 km su quella che era la vecchia linea ferroviaria, oggi riconvertita in pista ciclabile e premiata nel 2025 con l’Italian Green Road Award. Hanno lasciato anche la vecchia stazione, con il cartello «San Remo», e lo scalo merci.

All’andata il mare è a destra, tutto dritto fino al giro di boa di Arma di Taggia. Al ritorno il mare è a sinistra, con il tramonto che piano piano ci accompagna.

Ci sono momenti bellissimi quando lasciamo la pista ciclabile ed entriamo nelle gallerie: una volta ci passavano i treni, oggi dei podisti felici di correre in un ambiente che definire suggestivo è poco.

L’organizzazione è perfetta, ristori, spugnaggi e docce ad acqua nebulizzata. L’aria si fa più gradevole con il calar del sole, ma l’afa della giornata mi ha prosciugato. Mi sento disidratato, le gambe iniziano a pesare.

L’arrivo è vicino: costeggiamo il campo di atletica, poi direzione Ospedaletti per circa 500 metri. Si entra  in una galleria, si svolta e si torna verso l’impianto. Poi la  pista di atletica, il classico giro di pista e, finalmente, l’arrivo.

Chiudo la mia mezza in 2h46’40”. Soddisfattissimo, fino a un mese fa non ci avrei sperato. Questa medaglia  è davvero meritata.

Ma torniamo all’inizio: tornare a Sanremo, per me, è come chiudere un cerchio. Esattamente 40 anni fa, nel 1986, ci venni per la prima volta come inviato della radio per fare interviste al Festival. La settimana della “canzone italiana”, in quegli anni, per me era pura adrenalina, proprio come la mezza appena conclusa.

E qui le mie due passioni, Musica e Corsa, si incontrano in un solo personaggio.

Era il 1988. Con l’amico Cesare Andrisano e il direttore della radio in cui trasmettevo, eravamo in riviera per le interviste. Nella hall di uno di questi due hotel — l’Astoria o il Londra (gli anni passano e rendono il ricordo incerto) — Cesare, che conosceva molti discografici, incrocia una vecchia conoscenza e me la presenta:

«Piacere, mi chiamo Aldo Calandro, per gli amici Aldo Rock».

Rimasi affascinato da suo modo di presentarsi, così spontaneo. Vestito con un chiodo di pelle nera, invece di parlarmi di musica — pur essendo un responsabile di un’etichetta discografica — si mise a parlarmi di corsa, incitandomi a praticarla.

Avevo 24 anni. Le uniche mie esperienze erano le corse campestri della scuola e qualche uscita in bici da corsa.

Aver chiuso questo cerchio, aver rivisto questi posti dopo tanti anni, mi ha dato una soddisfazione che non mi aspettavo. I cassetti della memoria si sono riaperti, e ne sono usciti tanti ricordi.

È stato un bel fine settimana, e con mia moglie siamo stati davvero bene, anche se la sera dopo la corsa ho avuto un calo di zuccheri che le ha dato qualche preoccupazione.

Domenica mattina, prima di lasciare Sanremo, ci siamo concessi un breve tour degli alberghi che all’epoca frequentavo per le interviste. E, naturalmente,  foto d’obbligo al mitico Teatro Ariston e al Casinò.

E come direbbe Aldo Rock:

«Ehi Uomo, anche questa volta ce l’ho fatta».

 

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